La storia del riso nel Vercellese

1. La storia del riso nel Vercellese

di Massimiliano Borgia

La storia del riso nel Vercellese è legata a due fattori: la necessità di rendere produttivi terreni argillosi che risultavano praticamente sterili e la possibilità di sfruttare la risorsa idrica dei grandi fiumi a regime nivoglaciale che scendono dalla valle d’Aosta e dal Monte Rosa e dalla miriade di piccoli corsi d’acqua di origine risorgiva o montana.

I primi canali sono del Basso Medioevo e costituiscono le prime infrastrutture per avviare, in seguito, la coltura del riso.

Ma il riso arriva stabilmente in Italia e nel Vercellese soltanto nel Rinascimento, seguendo le vie tortuose e lente dei contatti culturali tra i popoli.

L’origine della sua coltivazione è di mille anni prima, nell’Estremo Oriente, e giunge in Europa attraverso gli Arabi e, infine con le sperimentazioni cistercensi.

La coltura risicola si stabilizza nel Vercellese quando viene “lanciata” su larga scala in Lombardia negli ultimi anni del Quattrocento, ma citazioni sono già disponibili nel ‘300 per l’ospedale S. Andrea di Vercelli e testimoniano che le risaie dovevano già essere presenti a partire dal ‘200.

La prima area coinvolta, nel ‘400-500, è quella che si trova tra l’Elvo, il Sesia e il Ticino: in queste zone e nella zona di Lucedio il nuovo cereale si conferma utile nell’azione di bonifica dei terreni paludosi. Piano piano, anche le aree intorno a Cigliano, Tronzano e Santhià incominciano a essere menzionate tra quelle più indicate per la coltivazione e addirittura “fertilissimi” iniziarono ad essere definiti (grazie al riso) “i campi intorno al Po e da San Germano sino alla Sesia”.

Così, dal Cinquecento, mentre si diffonde in Lomellina, il riso si fa largo anche nel Vercellese. Nel Seicento è già una produzione “tipica”.

Nel 1635, monsignor Francesco Agostino della Chiesa, nella sua “Relazione sullo stato presente del Piemonte”, mette già in luce la vocazione risicola di questa porzione di territorio.

La coltura recentemente introdotta offre nuove opportunità di lavoro, tanto che fa affluire quantità crescenti di lavoratori, originari della montagna o delle terre più misere, che raggiungono le pianure alla ricerca di un impiego in risaia.

Nel XVIII secolo i sovrani sabaudi promuovono la coltura che, però, viene anche osteggiata a causa della fama di insalubrità attribuita alla risaia: il problema è fare convivere un prodotto sempre più redditizio con la necessità di coltivarlo in mezzo all’acqua ferma, considerata ricettacolo di malaria.

Sappiamo comunque che, intorno agli anni cinquanta del Settecento, quasi un quarto del territorio piemontese coltivato a riso si trova nel Vercellese. Del resto, il Settecento è un’epoca di incremento delle colture, della produzione e della rete dai canali, ma, come il secolo precedente, non manca di essere tragicamente segnata dalle guerre.

Per questo, tra gli anni novanta del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, con le revisione catastale promossa dal governo francese nel 1809, la superficie di terreni coperti da risaie risulta calata da circa il 25% ad un misero 8%.

Della necessità di promuovere la risicoltura parlano eminenti personaggi di quella Associazione Agraria, sorta con il consenso di re Carlo Alberto il 25 agosto 1842 proprio con lo scopo di dare nuovo impulso alle coltivazioni, tra cui quella del riso.

Anche il Conte Camillo Benso è socio dell’Associazione, sino a che ragioni politiche non gli consigliano di uscirne, passando all’Accademia di Agricoltura.

Il Conte Camillo Benso di Cavour, politico, diplomatico, uomo di stato, padre dell’Unità nazionale, come è noto, fu anche un proprietario terriero del Vercellese con la sua tenuta della Grangia di Leri. Proprio nella tenuta di Leri, introduce nuovi modelli di rotazione e di conduzione della proprietà fondiaria risicola.mondine La storia del riso nel Vercellese

Così, grazie soprattutto al poderoso impegno irriguo del decennio precedente (in cui si prodiga lo stesso Cavour), i “rilievi preparatori del nuovo catasto dei beni rurali” del 1860 censiscono circa 30 mila ettari di risaie nel vercellese.

Questo impulso è la premessa per la svolta decisiva della produzione risicola vercellese, tra il 1869 e il 1875, con gli investimenti che aumentano in modo sensibile.

Agli inizi del Novecento la risicoltura costituisce l’attività agricola nettamente maggioritaria nel circondario vercellese, dove ben 44 centri dei 55 che ne fanno parte coltivano quasi esclusivamente riso.

mondine 2 La storia del riso nel VercelleseLe risaie sono ancora coltivate “a vicenda”, cioè a rotazione; soltanto in piccola parte il riso cresce in modo “stabile”, cioè senza rotazione; questa seconda forma di coltivazione è diffusa soprattutto in centri come Costanzana, Rovasenda e Palazzolo, ma ancor più a Desana, Asigliano, Rive, Stroppiana, dove costituisce la modalità prevalente. E da qui diventa, via via, la tecnica più diffusa.

In questo modo, nel corso del Novecento Vercelli diventa la capitale italiana del riso, dove quasi tutto ruota intorno all’economia di questo cereale.

Qui si selezionano le prime varietà italiane e qui, nel 1908, viene insediata la Stazione Sperimentale di Risicoltura, da cui parte l’impulso per la creazione (a partire dal 1925) di nuove varietà e la sperimentazione di nuove tecniche colturali. Qui arriva la Borsa Risi e qui interviene massicciamente il neonato Ente Risi.

Dall’inizio del 900 la risaia vercellese diventa anche un laboratorio sociale. Il trapianto e la monda del riso, oltre che la mietitura, hanno bisogno di molta mano d’opera. Queste attività, fino agli anni Cinquanta del Novecento, portano nella risaia vercellese, dalla tarda primavera, decine di migliaia di persone, in particolare mondine, le lavoratrici stagionali della risaia che tanto hanno ispirato la letteratura e il cinema. La figura della mondina scompare nei primi anni ’60 con l’introduzione del diserbo chimico e l’affermarsi della meccanizzazione.

Oggi, la risicoltura vercellese è un settore dove convivono tradizione e innovazione, dove la ricerca di nuove tecnologie, nuove tecniche agricole e nuove varietà va a braccetto con la vocazione di Vercelli che è il fulcro del “triangolo risicolo italiano”.

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